Vi ricordate il mio racconto “La mia prima volta“? Questa è la versione di Simone. Ricordiamo che si tratta di una piccola sfida narrativa tra amici: l’incipit è fisso lo svolgimento libero.  Sentiatevi liberi di scrivere la vostra e mandarmela se volete partecipare: <idvp@live.it> oggetto Racconto “La mia prima volta” – frase incipit del racconto “Dicono che tutti noi ricordiamo la nostra prima volta, ma io no.”

Dicono che tutti noi ricordiamo la nostra prima volta, ma io no. O meglio, forse per me non sarebbe proprio il caso di ricordarla…

A dire il vero, la mia prima volta dovrà ancora arrivare, precisamente domani, quando sarò operato al ginocchio.

Come mi son fatto male resta un mistero; non so se mi è successo stando in casa oppure in strada, quello che so è che al mio risveglio mi sono trovato in una stanza d’ospedale.

 Tuttavia, da quello che ho capito, il mio dovrebbe essere un intervento di routine, un’operazione ai tendini del ginocchio non dovrebbe essere un intervento complicato  eppure… sono travolto dalla paura.

Partiamo da una premessa: non mi sono mai piaciuti gli ospedali. Li trovo tetri, grigi e macabri.

Ho fatto anche un sogno sull’ospedale di recente, forse è per questo che ho paura.

In pratica mi trovavo in un corridoio del piano terra, e stavo aspettando di salire sull’ascensore. Una figura nera, con un cappello a tesa larga nero, e dal volto oscurato, mi passa vicino per poi scomparire lungo il corridoio. L’ascensore finalmente si aprì e al suo interno vidi un infermiere con una mascherina a protezione della bocca che teneva con la mano destra una sorta di borsa, per intenderci quella che contiene gli organi. Rammento di essere entrato dentro l’ascensore con la sola voglia di arrivare al piano desiderato e una volta arrivato, ero uscito soffermandomi a guardare per qualche secondo le porte dell’ascensore che si chiudevano, giusto il tempo di notare come l’infermiere aveva inclinato la testa a sinistra prima di scomparire dietro le porte dell’ascensore. Pensavo che il peggio era passato, ma non appena mi son ritrovato all’ultimo piano, le luci di quest’ultimo andavano ad intermittenza, lasciandomi presagire che il mio incubo non era ancora terminato. Infatti, mentre camminavo lungo il corridoio, mi accorsi che ero finito nel piano dedicato alle sale operatorie, ma nessuna di esse era funzionante quella sera o almeno così pensavo, fino a che non mi trovai difronte a un’immagine che ancora adesso al solo ricordo mi fa ancora accapponare la pelle.

Nella finestrella di una delle porte di queste sale, era sbucato all’improvviso un chirurgo che teneva in mano un cuore umano e lo sbatteva violentemente contro il vetro, come se volesse scagliarmelo contro. Non appena vidi questa scena corsi immediatamente verso l’uscita e non mi curai se il chirurgo mi stesse inseguendo o meno, e dopo una corsa infinita, uscii da quel posto maledetto e feci ritorno a casa.

Adesso si capisce il motivo per cui ho paura degli ospedali?

Temo che durante l’intervento il chirurgo possa divertirsi a mie spese vivisezionandomi il ginocchio e poi chissà, magari tutto il resto.

Lo so, tanta gente è stata operata e non è mai accaduto nulla di simile, ma cazzo questa per me sarà la prima volta ed è normale che almeno un po’ sia agitato al solo pensiero di dover andare sotto i ferri no?

Mi sembra di sognare ad occhi aperti. Magari questo è un sogno ed io non me ne sto rendendo neanche  conto, ma se fosse così dovrei pur svegliarmi da un momento all’altro e  tornare alla vita reale, a casa mia, intento a leggere un libro oppure a vedere una serie televisiva, ma purtroppo ciò non sembra possa accadere.

Ed ecco che, mentre io mi sto facendo tutti questi complessi mentali su un problema che non esiste, è entrata un’infermiera molto carina nella mia stanza. I suoi capelli biondi e i suoi occhi azzurri mi rassicurano. Mi sta portando via dalla mia camera verso una direzione a me ignota; che sia la sala operatoria? No, non può essere, l’intervento è fissato per domani perciò non possono operarmi oggi, e anche se fosse, dovrei essere avvisato di un cambiamento così importante visto che io sono il diretto interessato!

L’infermiera mi sta mettendo una mascherina sulla bocca chiedendomi di contare fino a dieci.

Va bene, sto al gioco, infondo cosa ci vuole?

1,2,3,4…

 

Vi ricordate il mio racconto “La mia prima volta“? Questa è la versione di Charlie. Ricordiamo che si tratta di una piccola sfida narrativa tra amici: l’incipit è fisso lo svolgimento libero. Seguirà la versione di Simone. Sentiatevi liberi di scrivere la vostra e mandarmela se volete partecipare: <idvp@live.it> oggetto Racconto “La mia prima volta” – frase incipit del racconto “Dicono che tutti noi ricordiamo la nostra prima volta, ma io no.”

 

Gino il suo primo giro in giostra non se lo ricorda più, ma passati i novant’anni, glielo si può concedere.

Giulio invece non l’ha ancora avuto. E a questo punto credo si chieda se l’avrà mai.

Ma a parte Gino, Giulio e pochi altri casi, il primo giro in giostra, parimenti al primo bacio, l’esame di maturità, la visita di leva, la prima auto, il primo cane e il giorno del matrimonio, fa parte di quella piccola manciata di momenti, indelebili dalla memoria.

E anch’io, seppure passati diversi lustri, conservo viva rimembranza di quel giorno.

Ognuno l’ha vissuto a modo suo e come tale ne serba il ricordo. Chi con dolcezza,  chi con nostalgia, chi con un po’ di paura.

Io non so se lo ricordo più con nostalgia per quanto eravamo giovani, o con tenerezza per quanto eravamo ingenui, d’ogni modo, andò più o meno così.

Era un pomeriggio d’estate e non poteva essere altrimenti. Dato che ero ancora minorenne e non avevo ne un auto, ne un posto caldo dove andare. Ed inoltre, dato che anche lei era minorenne a sua volta, la sera i genitori non la lasciavano uscire. Forse al giorno d’oggi potrebbe sembrare assurdo, ma erano i primi anni’90 e quella era la regola e non una sfigata eccezione.

I genitori di Mauro, un amico, avevano ereditato da un lontano parente, una vecchia casa colonica con un pezzo di terra agricola adiacente, ai margini di un paesino di nemmeno mille anime, a pochi chilometri da Garlasco. E in attesa che decidessero cosa farne, Mauro si era velocemente appropriato delle chiavi. Per cui, la casetta era diventata sede delle feste adolescenziali di noi amici e il pezzo di terra un improvvisato campo da motocross.

Con buona pace del vicinato, ma neanche poi tanta. Dato che in quei due o tre anni che la utilizzammo per i nostri comodi, fioccarono diffide, denunce a piede libero, ingiurie, minacce fisiche e anche qualche colpo di doppietta da caccia.

Eccessivo? Forse si, da un certo punto di vista. Ma ripensandoci da adulto e con il senno di poi, al continuo susseguirsi delle rumorose scorribande, a cui avevamo sottoposto quei poveri sventurati che vi abitavano nelle vicinanze, io credo avrei usato un calibro più grosso.

Ma al di fuori di tali roboanti e moleste attività corali, Mauro dava le chiavi a turno e dietro precisa regolare prenotazione, a tutti gli amici della compagnia, che avevano necessità di un incontro galante. E proprio lì in quella casetta, più o meno tutti perdemmo la verginità.

D’ogni modo, tornando a quel pomeriggio d’estate, avevo caricato Tania, la mia fidanzatina dell’epoca, sulla moto. E chiavi in tasca, ero partito a razzo verso la casa delle feste.

Credo fosse luglio, o forse giugno, non ricordo bene. Ricordo che la scuola era finita, ricordo il caldo torrido e afoso e la compagnia che era tutta in piscina. Tutta tranne noi due.

Ma d’altra parte, ci avevo messo tre mesi di corteggiamenti a convincere Tania e più in generale, diciassette anni a convincere una ragazza, a spalancarmi le porte del paradiso. Figuriamoci se sarebbe bastato un po’ di caldo a dissuadermi dall’impresa. Ancorché, se avessi saltato il turno, la casa sarebbe stata impraticabile, causa altre prenotazioni, per almeno una decina di giorni. E hai voglia in dieci giorni una ragazza, quante volte era capace di cambiare idea.

Per cui carpe diem, prendi il toro per le corna, cogli la rosa quando è il momento ché il tempo vola, non rimandare a domani ciò che puoi fare oggi, chi vuol essere lieto sia che del doman non v’è certezza e altre scempiaggini del genere, per dire prendila quando te la da.

Sapevo bene che il codice della strada non permetteva e non permette tutt’ora, il trasporto di un passeggero da parte di un conducente minorenne. Ma anche in questo caso non potevo andare troppo per il sottile. Il mio 125 aveva la sella abbastanza lunga per ospitarci in due e quello bastava ed avanzava.

Tania mi stringeva forte da dietro. Per infondermi quella sicurezza che nemmeno lei aveva. E così in una manciata di minuti eravamo davanti al cancello della casa.

Giù il cavalletto, avevo aperto il portone e spinto la moto dentro, mettendola dietro il vecchio fienile, in modo che non potesse essere vista dalla strada.

Chiavi nella toppa, ci eravamo trovati sull’uscio di quella stanza vecchia e umida. Pareti riverniciate alla bell’e meglio da noi ragazzi, vecchio pavimento in cotto sempre polveroso e soffitto di assi di legno grezzo.

Però essendo appunto vecchia e umida, offriva un minimo di riparo dalla calura estiva.

Avevo preso Tania per mano e ci eravamo diretti verso uno dei tre divani, che ci eravamo portati sempre da noi. Presi in discarica e trasportati uno alla volta con un vecchio Ape Car, messo a disposizione dallo zio muratore di un altro amico. Assurdo? Sempre degli anni’90 si sta parlando.

Le persiane erano chiuse, ma vecchie e provate dalle intemperie, lasciavano comunque passare un filo di luce. Quel tanto da creare un po’ di penombra, che faceva la giusta atmosfera. Che nemmeno avessi voluto sarei stato capace e a cui mai e poi mai ci avrei pensato. Non a diciassette anni.

Il divano sapeva di polvere e muffa. Noi di giovinezza e vitalità.

Ci eravamo guardati negli occhi e baciati appassionatamente. E stringendola al petto, potevo sentire sia il mio che il suo cuore, rimbombare come grancasse impazzite.

Poi ci eravamo spogliati, un po’ meccanicamente, un po’ frettolosamente. Sicuramente imbarazzati.

Non che non ci fossimo mai visti nudi, ma quella era la prima volta, per entrambi, che ci spogliavamo per fare l’amore. E comunque fosse andata, avessimo condiviso il resto della vita o solo un’altra manciata di giorni, quella sarebbe stata la prima volta per entrambi. E per entrambi, sarebbe stato qualcosa di indelebile.

Sapevamo cosa bisognava fare, dai racconti degli amici e dai film. Ma tra la teoria e la pratica c’è una bella differenza.  Il battito cardiaco non voleva saperne di rallentare anzi, tanto da avvertire quasi un senso di vertigine. La paura era palpabile, la vedevo sul viso di Tania che si era distesa sul divano, lasciando a me, l’uomo, l’onore e l’onere di prendere in mano la situazione.

E così avevo fatto, tremando più di lei e senza avere il coraggio di guardarla negli occhi. Come fossimo due sconosciuti. Come se non ci fossimo mai trovati uno sull’altra, per scambiarci baci e tenere carezze. Ma quella volta tutto era diverso. Lei sarebbe diventata donna e io uomo, in quel rito ancestrale che aveva sempre avuto la sua valenza di linea di confine e di punto di non ritorno, in tutte le epoche e in tutte le culture. Noi eravamo lì, con il cuore in gola, come gli esseri primitivi prima di noi e gli esseri del futuro dopo di noi.

Per cui, come in ogni rituale che si rispetti, il protocollo andava portato avanti come da tradizione e io avevo fatto il mio passo. In fondo cosa poteva mai esserci di difficile? Lei era Tania, io la desideravo e lei desiderava me. Il resto erano cazzate.

Se non che, mentre il simpatico fraticello, coperto dal cappuccio previsto dal suo ordine e richiesto dal cerimoniale, aveva bussato alla porta del convento, invece di sentirsi accogliere con gioia, trovava un portone di ferro sbarrato!

Panico.

E adesso? Cosa fare? A questo non ero preparato.

Non avevo mai sentito nulla di simile. Chi degli amici del bar, perché negli anni’90 ci si incontrava al bar e non su Facebook, aveva già avuto esperienze, aveva sempre raccontato tutto con minuzia di particolari. Ma mai si erano registrati episodi di difficoltà alcuna. E nei film porno, filava sempre tutto liscio come l’olio di vaselina. E invece a me, era toccato di cozzare di testa contro uno scoglio, che neanche fossi stato un tonno che nuotava bendato?

E in quel pensa e ti ripensa, il mio coraggio e non solo, stava perdendo vigore.

Mi ero seduto sconsolato, sguardo fisso nel vuoto.

“Cosa ti succede?” mi aveva chiesto Tania, con un filo di voce.

Cosa mi succedeva? E come spiegarglielo?

Tania si era tirata a sedere accanto a me ed al mio imbarazzato silenzio.

“Non so.” avevo risposto. “E’ come se… non so come fare, non vorrei farti male…” avevo bofonchiato.

Eravamo rimasti in silenzio ancora un po’, poi lei mi aveva baciato. Ci eravamo abbracciati e baciati di nuovo. E piano piano mi ero dimenticato del motivo per cui eravamo lì.

Eravamo semplicemente io e Tania, come tutte le altre volte.

Poi ci eravamo distesi un’altra volta, e sempre senza pensarci ci eravamo ritrovati nuovamente nella situazione di poco prima. Compreso il simpatico fraticello che bussava ad un portone sbarrato.

“Cazzo no!” avevo pensato e prima che mi riprendesse il panico avevo deciso di agire nell’unico modo che mi era sembrato sensato e plausibile.

Un bel colpo secco e oplà, il fraticello aveva varcato la soglia. Con Tania che aveva cacciato un urlo e io che le facevo “Ssssst.” Preoccupato che da fuori qualcuno ci avesse sentito e avesse potuto pensare brutte cose.

E con il fraticello, la soglia l’avevamo varcata pure noi. Non ci saremmo guardati più allo stesso modo e non ci saremmo visti più con gli stessi occhi. Facevamo parte del mondo degli adulti, o almeno così mi era parso allora. E al bar, perché negli anni’90 gli amici si incontravano al bar, saremmo passati nella schiera di quelli che avevano compiuto il grande salto.

Poi ci eravamo rivestiti, sempre in silenzio, ma non più tesi come corde di violino. Eravamo usciti al sole del tardo pomeriggio che ancora picchiava e mentre lei chiudeva a chiave l’uscio, io spingevo la moto fuori dal cortile.

Caschi, un colpo di pedalina, perché lo so che sono pedante, ma negli anni’90 le moto si avviavano a pedale, ed eravamo in sella. Come le altre volte. E come le altre volte, l’avevo riportata a casa.

Ne più ne meno, che come tutte le altre volte.

 

Finito di scrivere 21/03/2017

Charlie

 

Questo è il mio primo racconto breve. Nato da un’idea avuta leggendo “ogni cosa è illuminata”. Una piccola sfida narrativa tra amici: l’incipit è fisso lo svolgimento libero. Seguiranno la versione di Charlie e quella di Simone. Sentiatevi liberi di scrivere la vostra.

 

Dicono che tutti noi ricordiamo la nostra prima volta, ma io no.

Dicono che io mi chiamavo Mafalda e che ero un architetto.

Dicono che amavo lo yoga e stare all’aria aperta, tra le mie montagne.

Dicono che ero una zingara, sempre pronta per partire per un nuovo viaggio.

Dicono che avevo un cane di nome Shan che amavo follemente.

Dicono che avevo una memoria infallibile.

Dicono che ero estroversa e amante della compagnia.

Dicono che sorridevo sempre, a tal punto da dare fastidio a chi mi vedeva.

Dicono che sapevo esattamente chi ero e cosa volevo.

Ma io no.

Io di tutte queste cose non ricordo nulla.

Mi guardo allo specchio e vedo una donna che non riconosco.

Esploro i centimetri di pelle che mi definiscono e scopro linee, disegni, cicatrici e rughe di cui non ho memoria. Mi piacerebbe sapere perché il mio braccio sinistro è ricoperto totalmente da dei fiori di loto e da un teschio. Mi piacerebbe sapere il significato del disegno geometrico che sta nel bel mezzo della mia schiena o a cosa si riferisca il fiore che ricopre i miei lombari. Qualcuno si ricorda perché la mia mano destra ha piccole cicatrici sparse o perché c’è un enorme segno, pare un taglio rimarginato, sotto la mia ascella destra?

Sedendomi ho scoperto che non sono simmetrica: ho provato a incrociare le gambe e nonostante sia abbastanza flessibile (wow mi tocco le piante dei piedi senza problemi!) la mia anca sinistra pare sia ingessata.

Pare io sia una persona calorosa e adoro stare a piedi nudi: l’ho scoperto ieri!

Per cercare di aiutarmi mi hanno fatto vedere centinaia di foto: ricordi li hanno chiamati. Ma ricordi di chi? Una versione più giovane del mio corpo attuale ha viaggiato molto e ha visto posti stupendi. Pare si sia divertita parecchio. Ho visto foto magnifiche di luoghi e persone, facce buffe e visi sorridenti. Quello che mi ha catturato di tutte queste fotografie non erano le immagini di per se, ma i colori, le inquadrature, le luci. Affascinante!

Ho letto i vecchi diari di questa Mafalda di cui io non ho memoria.

Mi sono arrabbiata con lei, emozionata con lei, innamorata con lei e ho pianto a volte con lei.

E’ una sensazione strana, quasi surreale: mi sembra di invadere la privacy di una persona che io non conosco, ma che a sentire chi mi sta intorno sono io stessa.  Ammetto che mi è molto facile immedesimarmi in lei e immaginare ciò che scrive e racconta con le sue storie e le sue fotografie.

Ma mi sembra ancora così assurdo che non mi ricordi nulla, ma proprio nulla.

Chissà se un giorno la incontrerò ne miei ricordi e riusciremo a fare amicizia.

Dicono che tutti noi ricordiamo la nostra prima volta, ma io no.

 

Finito di scrivere 31/3/2017

LadyMafalda

Rieccomi a pensare, e scrivere, e pensare e scrivere.

Cercando di capire come capirmi mi sono accorta di una cosa: il grosso problema che mi affligge è la comunicazione. Che sia verbale o fisica sono arrivata alla conclusione che capirsi non è così semplice come sembri.

Sono fermamente convita che la vita sia semplice e comunicare lo sia altrettanto (questioni linguistiche dovute a nazionalità differenti a parte). Hai fame? Vuoi bere? Ti va di andare a vedere una mostra? Trovi interessante ciò che sto dicendo?  La risposta è semplice: si, no, ci penso. Non riesco neppure ad immaginare uno scenario più complicato di questo. Non voglio pensare che ogni volta che ci si trovi in un contesto sociale bisogni interpretare secondo regole del tutto empiriche le risposte o gli imput che ci vengono lanciati.

Ho cercato di semplificare il più possibile i miei mezzi di dialogo, partendo da una chiarezza estrema e diretta per poi articolare successivamente ogni mio pensiero: pare una battaglia inutile. Io tendo a dire crudamente e crudelmente le cose come stanno, senza fronzoli o sotterfugi ma non basta: non si instaura alcun che, niente. Ma proprio niente.

Sempre più spesso mi ritrovo basita a non capire come sia così difficile avere un qualsiasi dialogo al di la dei bisogni primari. Questo mi spiazza: se non si ottiene una risposta soddisfacente ad una domanda diretta, semplice , schietta, come si può pensare di affrontare problematiche complicate? Come affrontare i grandi problemi dell’era moderna, frenetica, cosmopolita e connessa, quando non si riesce neppure ad esprimere un desiderio o un disagio con parole prioprie senza cadere nel qualunquismo?

Leggo dell’intelligenza funzionale e mi rendo conto che forse è vero. Sappiamo tutto ma in fondo non conosciamo nulla. Leggo e mi sconvolge accettare che non si riesce a capire ciò che sta scritto perchè i testi sono troppo lunghi o non adattati alle esigenze di un bambino di terza elementare.

Il mio professore di filosofia del liceo mi insegnò che ogni parola ha un preciso significato e dobbiamo prestare attenzione all’uso che ne facciamo. Ogni parola non è solo una parola: è un universo di significato, un codice di comunicazione che può portare a un bene supremo, la conoscenza o allo sfacelo. Conseguenza diretta sarà l’apertura mentale o l’ottusità eterna. Sì perchè la testa non è solo un perfetto incastro di ossa che servono a proteggere una fantomatica materia grigia collocata al suo interno: la testa è la nostra personale fonte di conoscenza, l’archivio delle esperienze e dei desideri, la chiave per permettere al cuore di espandersi.

Siamo ciò che diciamo e nel modo in cui ci esprimiamo riveliamo le sfumature della nostra mente e della nostra anima. Anima quale espressione dell’essenza di una personalità, intesa come sinonimo di «spirito», o «io», ; anima quale espressione di tutte le esperienze che ci caratterizzano; anima quale cuore del nostro essere.

Che anima volete avere? Che parole volete comunicare?

 

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Dacche’ nasciamo, cresciamo, ci relazioniamo o semplicemente cerchiamo il nostro piccolo angolo di mondo, veniamo bombardati da galvanizzanti messaggi che ci mostrano come la vita non sia altro che una metafora di una scala.

Bisogna passo passo imparare a scalare e salire per arrivare alla vetta, al successo. L’impegno e la dedizione ci ripagheranno e da lassù godremo della meritata beatitudine che ci spetta.
Via a darci dentro, a sgobbare e faticare pensando che il millantato successo, la carriera, le tappe fondamentali della vita, se raggiunte con slancio ci daranno pace. La curiosità di ammirare il panorama dall’alto e’ ineccepibile.
Ma siamo proprio sicuri che sia finito tutto una volta arrivati?

Arrivati poi dove dico io! E di che genere di pace stiamo parlando? Cosa vuol dire avere successo?
La tecnica e’ favolosa: ci si riempie le giornate, le settimane e i mesi di milioni di attività per la maggior parte dei casi inutili, che fungono da ammortizzatore per il cervello e ci impediscono di pensare. Ci facciamo strada tra la gente sapendo che capiranno e nostre azioni e ci perdoneranno se non le considereremo perché presi da obiettivi epici. Non abbiamo tempo per un po’ di sano ozio.
Tutto per scalare la nostra scala del successo personale, qualsiasi esso sia. Successo che non e’ un termine oggettivo ben definito, ma concetto altamente variabile da individuo ad individuo e altrettanto instabile e mutevole nel tempo.
Fatto e’ che, con grande forza di volonta’ e sbattimenti atomici, l’agoniata vetta e’ raggiunta! Il paesaggio epico, mentre si sovrasta il mondo che nel frattempo si e’ fatto piccolo piccolo.

Siamo sulla cima del mondo: nessuno pero’ si e’ ricordato di dirci che l’aria e’ rarefatta a certe altezze e se non si sta attenti ci si lasciano le penne.
I grandi scalatori sanno che le energie nelle scalate vanno dosate bene: si raggiunge la meta (un metro prima della vetta, almeno in india, per rispetto alla montagna) e dopo qualche scatto felice e un momento di gloria si ricomincia a scendere. Discesa ancor più difficile: qui si e’ più a rischio perché’ la testa ha molato la concentrazione e le gambe si fanno pesanti.

Il succo e’ che mentre si punta al successo, bisognerebbe sempre ricordarsi che prima poi dovremo tornare a terra. Bisogna imparare non solo a salire ma anche a scendere le scale prima di affrontare le nostre sfide.
Non ci si può’ estraniare dal mondo che ci circonda in nome della causa a meno che non si intraprenda una azione kamikaze.

In quel caso su su di corsa e poi vi auguro di volare!

Ieri sera dopo 30 anni ho rivisto i miei compagni delle elementari!

Già quelle creaturine che mi ricordavo con grembiulini colorati sono in procinto di diventare 40enni e io con loro. Una serata più che piacevole: non prendetevela a male ma un po’ d’ansia c’era, non ci si vedeva da troppo tempo! La serata è volata via veloce, abbiamo fatto chiusura della pizzeria (era lunedì sera a Busto Arsizio e le occasioni di far serata per lo più impossibili!). Ho scoperto che i sorrisi che mi riscordavo non sono stati cancellati dalla vita di tutti questi anni. Ho scoperto che stiamo tutti invecchiando alla grande. Ho scoperto che non siamo per nulla differenti da come eravamo a 6 anni – Bendinelli a parte che ora non smette di sorridere! – e che i tratti del nostro carattere che ci contraddistinguevano da piccoli sono rimasti intatti.Ho riscoperto un gruppo di amici, che avevano preso solamente percorsi alternativi dal mio. Ho riscoperto il nome di alcuni visi che ho visto in foto per anni senza mai associarli a un cognome. Ho riscoperto angoli della memoria che erano semplicemente impolverati.

Che dirvi? Grazie.

Grazie per le risate. Grazie per la leggerezza. grazie per le cavolate dette. Grazie pr un viaggio nel passato che non è stato nostalgico ma divertente. Grazie per tutto il limoncello versato. Grazie Gabriele per i miei libri restituiti. Grazie Marco per il riassunto alternativo di quello che è successo negli ultimi anni. Grazie Katia per Tobba, Nicolis te ne sarà grato a vita. Grazie Morena per essere stata tra le più amate, e la più uìignara della cosa,  dagli uomini della classe in quegli anni. Grazie Emanuela per quel ricordo indelebile di lotta contro chi era antipatico. Grazie Paolino per essere sempre te anche se non sei più il più piccolo tra di noi. Grazie Mauri Per averci riportato alla marinella e a tutte le giocate fatte insieme. Grazie Fabrizio per il sorriso incessante a bilanciare 5 anni di incazzature. Grazie Nicolis per il tuo slancio verso Tobbà! e grazie Paolo per non averci dimenticato e averci ricordato con occhi diversi la nostra infanzia.

A prestissimo giovini!

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– for English speakers you can find the translation after the italian text –

Sono reduce da nove giorni di assoluto e puro fancazzismo. L’ozio di cui parlavano i filosofi antichi si è impossessato di me e mi ha rigenerato. Il mantra di questo inizio anno è stato “Fermi tutti e ricarichiamoci”.

Il 2016 è stato un anno denso e impegnativo. Sono stata: studentessa ; architetto; procuratore di agenzia; amica; confidente; yogini; capro espiatorio di colpe altrui; esploratrice; turista; ecc ecc.

Il 2106 è stato un anno di incontri con persone brillanti, di incontri che lasciano un’impronta in un modo o nell’altro.

Ci sono dettagli della nostra vita che lasciano un segno indelebile chiamato ricordo: un cielo particolarmente blu, un sorriso, un odore o un suono. Lo scorso hanno questi dettagli sono stati persone: uomini e donne incontrati a volte quasi per caso che non saranno mai dimenticati.

La risata più bella è stata quella di Paul Edward Anarumo.  Incontrato grazie ad una panchina all’ombra a Fort Zachary nelle Isole Keys: il buonumore e la gioia erano divampanti, direttamente proporzionali alla sua enorme presenza. Grazie per aver riso con me.

Gli occhi più significativi quelli di Arvind Pare: si presenta come la calma fatta uomo, il filosofo indiano che con quella saggezza millenaria ti spega perchè sei così e poi… lo guardi e nei suoi occhi brilla la luce della vita, brilla il tumulto e la curiosità, brilla l’irrequietezza del tutto. O almeno questo è quel che ho visto io. Grazie per avermi ricordato che c’è sempre speranza, anche per me.

La presenza più coinvolgente è stata quella di Eddie Stern: Newyorkese nell’animo, senza se e ma, ma yogi di rande esempio: la sua persona emette solo calma e vibrazioni positive. Grazie Maestro. ( ho adorato vedere te ed Elena fianco a fianco, due persone diverse, due atteggiamenti diversi, una sola energia)

La mia gioia personale sarà per sempre la faccia della mia adorata Valentina quando mi ha detto che sarai presto diventata zia: mai e poi mai dimenticherò quel momento e il sentirmi intrappolata in quella sedia, in quel locale, e non poterti abbracciare ed urlare di gioia! (Quasi al pari di vederti con Filippo in braccio e quella faccia da mamma che ti sta già tanto bene addosso!)

La mia gioia per un’altra persona è stato vedere Ida sorridere di fianco a Robert, nella loro nuova casa, in attesa del piccolo erik (che è nato ieri!!!!). Nel 2014 il nostro destino ci ha fatte incontrare e quest’estate ho capito il perchè amica mia. Ti voglio tanto bene!

La delicatezza e l’attenzione si chiamano Andrea. E’ stato un piacere enorme praticare con te, mi hai trasmesso gesti e atteggiamenti che porterò con me a lungo.

Potrei continuare per ore. Molti di voi mi hanno fatto capire che per essere amati e apprezzati basta essere se stessi. A volte ci si allontana da qualcuno  perchè non si ha più niente da condividere ma quasto ci porta da qualcun’altro che ci fa capire che non è poi la fine del mondo.

E’ in anni come questo che lo spirito si eleva, si trasforma e noi con lui cresciamo un po’ di più.

E’ stato un anno di dettagli del cuore.

Grazie a tutti voi.

 

I’m just back from nine days of absolute and pure doing nothing. Idleness, the one the ancient philosophers were talking about, took possession of me and let me rigenerate.

The mantra of this beginning of the year has been “Hold on and Let’s recharge the batteries”.

2016 was a dense and challenging year. I have been: student; architect; Attorney Agency; friend; confidant; yogini; scapegoat for others’ faults; explorer; tourist; etc. etc.

2106 was a year of meetings with brilliant people, encounters that leave their mark in one way or another.

There are details of our lives that leave an indelible mark, called memory: a particularly blue sky, a smile, a smell or a sound. Last year these details were people: men and women that I met at times almost by accident that will never be forgotten.

The best laugh was that of Paul Edward Anarumo. We met thanks to a bench in the shade at Fort Zachary in Keys Islands: good humor and joy were blazing, directly proportional to its huge presence. Thanks for laughing with me.

The most significant  eyes were Arvind Pare’s: he presented himself as a calm and wise man, the Indian filosofi that, with that ancient wisdom, is going to explaing to you why you are as you are… Then, you look at him closely, and in his eyes shines the light of life, shines the tumult and curiosity, shines all the restlessness. Or at least that’s what I saw. Thanks for reminding me that there is always hope, even for me.

The more engaging presence was that of Eddie Stern: New Yorker at heart, without ifs and buts, but yogis of mainsails example: his person emits only calm and positive vibrations. Thank you teacher. ( I loved to see you and Elena side by side, two different person, two different attitude, one energy).

My personal joy will be forever the face of my beloved Valentina when she told me that I would soon become Aunt: never ever I will forget that moment and how I felt trapped in that chair, in that space, and not being able to hold you and scream with joy ! (Almost like to see you with Filippo in your arms and your face as a mother that  it’s already so good on you!)

My joy for another person is to have seen Ida smiling beside Robert, in their new home, waiting for the little Erik (who was born yesterday !!!!). In 2014 our destiny let us get together and this summer I understood why, my friend. Love You so much!

The delicatessen and attention are called Andrea. It has been a great pleasure to practice with you, you have taught me gestures and attitudes that will remain with me for a long time.

I could go on for hours. Many of you have made me understand that to be loved and appreciated, you just need to be yourself. Sometimes you get away from someone because you do not have anything left to share, but the same thing will lead us to someone else that will let us understand that it is not the end of the world. 

And it’s in years like this that the spirit rises, it turns and in doing so we do grow a little more.

It has been a year of details from the heart.

 Thank you all.77fe31b6-12e2-41cb-9934-064338c959df15940577_10154859505571119_4164672542515558425_n

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In questi giorni mi è stato detto che, sentimentalmente parlando, sono peggio della grande muraglia circondata da carri armati carichi di nitroglicerina, pronti ad esplodere alla prima vibrazione di un tentativo di approccio. In altre parole pare che io sia sulla difensiva potente, algida e fredda donna che non vuole aprirsi al mondo che la circonda.

O almeno questa è la proiezione di me che do, secondo due o tre persone.

La penso così? Condivido questo pensiero? Parzialmente.

Mi rendo conto di non essere una persona facile. Ammetto di avere il mio bel muro che mi circonda (di design e all’avanguardia naturalmente!). Però credo che sia naturale e sano che ci sia.

Adolescenza a parte, quando la necessità di identificazione nel gruppo è quasi un’esigenza fisiologica ( e già amavo farmi i cavoli miei), crescendo si diventa selettivi: non ci piacciono tutti ne vogliamo piacere per forza a tutti.

Come mi ha detto un amico “le mine e le cariche esplosive sono tutte mappate” e la chiave per il libero accesso alla mia persona la do a chi piace a me.

Parto dal presupposto che ognuno deve essere se stesso e affrontare il mondo con un sorriso. se ci si imbatte in qualche mina si sta probabilmente intraprendendo un sentiero che non ci compete.

Il tempo e la qualità delle relazioni sociali sono forse l’unica vera fonte di ricchezza che oggi abbiamo. Sprecarli è da incoscenti.

Non credo di essere cinica se il mio pensiero si basa su concetti semplici.

Io semplicemente seleziono.

Lo faccio ad ogni livello relazionale: dal passante per strada alla persona a cui diamo noi stessi. Si tratta di diversi livelli di intimità.

Ci sono persono ad esempio per le quali potrei costruire ponti se necessario, altre con cui non voglio neppure relazionarmi superficialmente.

Ho imparato a capire dove investire le mie limitate energie, accettando i miei e gli altrui limiti. Non possiamo ne dobbiamo piacere a tutti: basta talvolta semplicemente essere educati.

Cerco sempre di accettare e cercare di vedere la persona che mi è di fronte per quello che è.

Talvolta siamo fortunati e troviamo terreno fertile per seminare un futuro, qualunque esso isa: amicizia, stima, amore, collaborazione lavorativa, crescita.

Molte altre volte bisogna semplicemente accettare che il terreno che ci viene offerto non è adatto a ciò che noi abbiamo da dare: un albero di mango non crescerà mai sul cucuzzolo delle alpi, ne una stella alpina all’equatore.

In questa osservazione si scorgono le potenzialità se si guarda bene: possibili futuri che ci dicono che scavando un pò sotto un terreno difficile potremmo trovare la fertilità di un futuro.

E’ doveroso il tentativo: non ci è però dato scegliere se non per noi stessi: se noi scaviamo ma l’altro/a continua a buttare sassi sopra non ci resta che guardare oltre.

In questo giorno di solstizio d’inverno, giorno dove il letrago è l’ozio servono per accudire quei semi che sbocceranno in primavera, non ci resta che sognare e guardare avanti, lasciando che le cose scorrano e trovino la loro pace.

Buon inverno e speriamo che nevichi!

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Ieri sera mi sono intrattenuta per ore a chiaccherare con un’Amica.

Lei è una di quelle persone che sono capitate nel mio mondo per vie alternative, che si sono radicate grazie a simpatici fraintendimenti e ce sono rimaste per motivi nobili.

Lei è l’ennesima conferma che le persone entano ed escono dal nostro percorso esistenziale quando è giusto che lo facciano, con i giusti tempi e non sempre con i giusti modi (apparentemente).

Le conversazioni hanno spaziato da tematiche di ordinaria quotidianità a ferite dell’anima che volenti o nolenti ci portiamo sempre appresso.

Quel che più mi meraviglia dopo serate come questa è il confronto: siamo così umanamente diversi ma allo stesso tempo simili!

Mi piace il confronto perchè è come vedere il mondo in maniera completamente diversa. Usare gli occhi di qualcun altro mi ha sempre aiutato a capire meglio chi sono e cosa voglio diventare.

Mi piace il confronto perchè fa riflettere. Trovo che sia la miglior forma di interazione sociale e di crescita umana. ogni volta ci rmane appresso qualcosa di nuovo, una piccola esperienza formativa.

Mi piace il confronto perchè mi permette di capire se e come sbaglio. Magari non lo ammetterò immediatamente ma il tarlo si insinua e mi obbliga a mettermi in dubbio.

Spesso dopo il confronto devo affrontare scelte non facili ma che so necessarie.

Che ci piaccia o no un punto, in un modo o nell’altro, lo si mette. Da lì la strada non è più esattamente quella percorsa fino a quel momento.

Guardando indietro si può solo ricordare futuri non realizzati.

Qualche lacrima può cadere.

Dopo il confronto si può solo guardare avanti.

Fa male. Cioè, non tanto male. Un po’ mi ha ucciso, pero’ sto bene. Davvero

Onestamente non so chi abbia detto questa frese. Ha perfettamente colto nel segno, pero’.

A me l’autunno piace: torna il fresco, ci si prepara all’inverno, la luce e’ sempre speciale e io sorrido quasi tutto il tempo. La gioia!

Ma la fine di ottobre e l’inizio di novembre non e’ stato un periodo facile: i cambi scombussolano la vita di tutti. Le foglie cadono, i colori illuminano i paesaggi, l’ora e’ diversa. Potrei andare avanti con almeno altri centomila esempi.

Ma in maniera prorompente e quasi spavalda la separazione, il dover lasciareandare, si e’ ripresentato alla mia porta cosi’ d’improvviso. Mi ha colto inaspettatamente.

La morte del padre di un mio carissimo amico ha riaperto la porticina del mio cervello, che con gran cura tengo chiusa e severamente sorvegliata, che conduce direttamente al mio cuore attraverso fiumi di lacrime e quel senso di tristezza infinita.

A novembre io piango sempre, tutti gli anni. Mi rinchiudo nel mio dolore e onoro la scomparsa di tutte quelle perone che sono entrate nella mia vita lasciando segni incancellabili e poi se ne sono andate, cosi’, in un soffio di vento. Ma di solito ho tempo fino a meta’ mese per prepararmi a lasciarmi andare per lasciare andare tutti quei ricordi che affiorano e mi sconquassano.

Quest’anno pare che il beffardo destino mi abbia tirato mal-sinistri e si sia alleato con la mia pratica yogica per far si che aprissi il mio cuore a dovere e lui potesse agire silentemente a mio dispetto.

Vengo da un bellissimo seminario della mia Maestra Elena (De martin nrd) in cui abbiamo approfondito la pratica per andare a lavorare in maniera piu’ sottile e “aprire” il nostro corpo e il nostro cuore. Elena, ha funzionato, anche fin troppo!

Nell’ultimo Savasana sono riuscita a lasciarmi completamente andare e proprio in quel momento la tristezza ha colpito e le lacrime hanno trovato la loro via di uscita.

La perdita non e’ per forza collegata alla morte. E’ qualcosa di piu’ profondo. Soffro per la separazione da persone a me care che ora mi sono lontane perche’ stanno inseguendo il loro destino. Sto bene, come diceva la frase dell’inizio, ma un po’ mi ha ucciso ogni volta.

La separazione e’ il capire quando e’ arrivato il momento di lasciar andare, quando Give up anche se il solo aver intorno quella persona ci provochi piacere.

Non e’ detto che i rapporti debbano per forza essere legami profondi: ci sono esseri umani capaci di trasmettere pace e impronte nei nostri cuori anche solo con silenzi e sorrisi sinceri. Ogni volta uccide un po’.

Ecco tutto.

Io ora piango e lascio andare tutte quelle lacrime che sono li pronte a uscire.

So con certezza che passera’ e che la miglior cosa e’ affrontare i nostri tormenti e i nostri sentimenti.

Io ora piango sapendo che staro’ meglio.

Io ora piango perché questa tristezza deve poter essere per non esserlo piu’.

Mi manchi e probabilmente mi mancherai.

Fa male. Cioè, non tanto male. Un po’ mi ha ucciso, pero’ sto bene. Davvero

 

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