E’ iniziato questo 2018.

Il 18 è l’unico numero contenete un 8 finale che mi piace: 1+8 uguale libertà.

Mi è sempre piaciuto, per vari motIvi, e questo nuovo anno si è già dimostrato per quello che è.

Speciale.

Ho iniziato l’anno circondata da tanta neve, con il cielo che non voleva smettere di regalarci fiocchi bianci.

Ho iniziato l’anno ridendo e lasciando un quadriennio di “MORIGERATEZZA” e “PENTIMENTO” alle spalle.

Ho iniziato l’anno smettendo di dover dare e iniziando a ricevere.

Sì, perchè la vita non è altro che un dare e avere che devono trovare il loro equilibrio, molto delicato e spesso non chiaro.

Per natura ognuno di noi ha una riserva energetica personale da cui può attingere per superare gli ostacoli che incontriamo, e in cui depositare ciò che il mondo, le relazioni, la natura ci dona giornalmente: questo fa si che non ci esauriamo e ribilanciamo i flussi energetici.

Capita talvolta che si è però costretti a dare e si può rigenerare troppo poco; capita che ciò che diamo in alcuni frangenti della nostra vita sia più di quanto posiamo chiedere indietro; capita di arrivare così stanchi e vuoti che ci si può solo fermare e cambiare.

Sono arrivata alla fine del 2017 esausta, stremata e ammalata.

Sono arrivata alla fine di ciò che potevo dare: sono stati quattro anni intensi, pieni di rivoluzioni, incontri, sfide e disfatte.

Quattro anni in cui sonos sata e mi sono dovuta mettere in dubbio totalmente, in cui ho dovuto ponderare ogni singola cosa di me e di ciò che sono e voglio essere.

Ma sono arrivata fino in fondo e sono stata ripagata con tanto sonno, tante risate e tantissima neve che copiosa continua a scendere.

La neve mi rigenera, mi riempie il cuore e lo fa espandere all’infinito, ha il potere di farmi sorridere e sentire una gioia interiore che solo Shan sulla neve può superare.

Prendere la mia tavola, accettare il mio corpo ingrossato, e salire in alta montagna per poi scendere fino a valle senza mai fermarmi, mentre nevica, è stato l’inizio della rinascita: era il 3 gennaio, il mio primo giorno di guarigione.

L’energia ricomincia a fluire e non ho intenzione di farla smettere. E’ arrivato il momento di ricevere e ricaricare questo contenitore che negli ultimi anni è stato bistrattato per scopi nobili.

Era il momento di dare e ora è il momento di lasciarsi andare e seguire il flusso, cavalcare l’onda.

Di neve fresca nel mio caso.

Buona neve a tutti: Winter is here!

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Mia madre chiromante in giovane eta’, una delle sue duecentomila passioni.

Questa mattina mi sono ritrovata a rovistare nel mio vecchio zaino Mandarina Duck tra le mie Smemo alla ricerca di un ricordo da condividere con un’amica lontana.

Stamattina mi sono ritrovata me stessa in diversi anni tra la fine degli anni 80 e la fine degli anni 90.

Stamattina non ho pensato che domani sono 16 anni che non ci sei piu’.

Stamattina ho ritrovato due cose che hanno riaperto un varco temporale e mi hanno catapultata a quando tutto andava bene e il massimo dello sbatti era se amavo Simone o Gigio ( che non so neppure chi sia) o altri nomi che oggi mi fanno sorridere.

Stamattina ho ritrovato un bigliettino con quella tua calligrafia orribile che in cui mi chiedevi di stirare un po’: ancora oggi odio farlo ma sei stata tu ad insegnarmelo e mi ricordo bene che lo odiavi pure te.

Stamattina ho ritrovato la lettera che mi hai scritto per i miei 18 anni dove tra frasi importanti e la confessione di quanto fosse stato difficile fare i genitori, tu e papa’ mi ricordavate quanto mi volevate bene.

Stamattina, come tutte le mattine, mi sono ricordata di quanto mi manchi.

Stamattina, come tutte le mattine, mi sono dovuta ricordare che anche se il tempo passa certe cose non possono cambiare: tu non ci sei piu’ ma io ti voglio ancora un mondo di bene.

Stamattina, ieri, domani… mi manchi W.

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Quando per divertirsi basta dare una mano!

Ormai da un paio di anni ogni secondo martedì del mese mi trovo con un gruppo di belle persone, ormai amici, a discutere di libri. Le libraie e i librai scelgono un testo e se ne parla.

Dopo due anni posso dire che siamo un buon esempi della nostra società: tutti diversi con i nostri tratti caratteristici, la nostra personalità e il nostro essere unici che ci permette di condividere impressioni e letture diverse sugli stessi testi.

Questo stare insieme ci fa anche capire quanto il confronto e il dialogo sia importante per conoscere gli uni gli altri anche se non si condividono alcune opinioni.

Mi affascina sempre notare quanto le stesse parole scritte nere su bianco siano in grado di suscitare emozioni totalmente contrastanti.

Oggetto di argomentazione dello scorso martedì’ e’ stato il testo del premio Nobel per la letteratura Jose’ Saramago – Cecità.

La trama e’ abbastanza semplice: senza una ragione apparente, uno ad uno tutti gli abitanti della terra diventano ciechi. Tutti tranne una donna. La cecità rivela aspetti brutali della maggior parte delle persone che perdono la capacita’ di convivere ed essere “umani”, spinti dalla necessita’ di sopravvivere.

E’ un libro che mai come oggi andrebbe letto. Un libro che ci riguarda tutti.

La cecità altro non e’ che l’indifferenza e l’egoismo che in maniera diversa ci contraddistinguono, il buio della ragione che mai come negli ultimi anni non ci fa vedere oltre il nostro naso.

La discussione e’ stata accesa e intensa: questo libri ci obbliga a pensare e chiederci cosa avremmo fatto se fosse successo a noi.

E’ molto semplice pensare che ciò che accade lontano da noi, in casa di qualcun altro, a persone che hanno un colore della pelle diverso dal nostro, una religione o semplicemente un modo di vivere che non ci appartiene non sia importante o addirittura sia meno impattante di noi.

La cecità accomuna tutti i personaggi del libro che improvvisamente non hanno piu’ un nome perché di fronte alla luce bianca intensa che acceca ogni cosa le differenze non esistono più.

Il buio della ragione non fa distinzioni sociali ma porta ad una guerra tutti contro tutti.

E a chi riesce ancora a vedere non rimane molta speranza davanti all’orrore.

A cosa mi serve vedere. Le era servito per sapere dell’orrore più di quanto avesse mai potuto immaginare, le era servito per desiderare di essere cieca, nient’altro che questo.

lL’estate non è la mia stagione: io con il caldo non vado a braccetto e la gioia di abbronzature, vestitini e scampagnate non mi appartengono.

E’ stata un’estate arida, calda, soffocante. Un’estate che ha bruciato la terra e fatto ingiallire le foglie precocemente.

E’ stata un’estate faticosa: tanto lavoro non programmato da far dimenticare il resto.

Per la prima volta in anni ho staccato felice di scomparire da Busto per ben 10 giorni; felice di non usare telefono o pc per altrettanto tempo. Felice di lasciarmi tutto alle spalle.

Ma al mio ritorno eccole, arse dal sole cocente: a nulla è valso l’intervento – sporadico ma comunque presente – di mio fratello.

Adoro prendermi cura delle mie piante, abbiamo un rapporto molto particolare fatto di mutue attenzioni e risposte: loro sanno che devono un pò arrangiarsi e sanno farsi nortare; io so di dover prestare loro quel minimo di attenzione per cogliere i segnali base e vengo ripagata con una bellezza disarmante.

Eccole ora, secche, aride, sofferenti.

Non sapevo neppure cosa sarebbe rimasto di loro quando ho iniziato a metterci mano. Dieci giorni e di fronte a me il disastro. Ce sono voluti quasi 10 giorni perchè iniziassero a riprendere vita.

Ci è voluta tanta pazienza e fatica per capire cosa c’era ancora da salvare e cosa bisognava lasciare andare.

Quando tutto sembra perduto c’è poco da perdersi d’animo, rimane solo da mettersi all’opera e capire l’entità del danno.

Prima di tutto grossolanamente si strappano erbacce, foglie secche e quant’altro inutile e ormai chiaramente perduto. e’ un lavoraccio che richiede molta pazienza e impegno, più che altro forza fisisca. Terminato il primo step si bagna ciò che rimane e si ripulisce eliminando ciò che abiamo staccato.

Secondo step è un lavoro più delicato. foglia per foglia, rametto per rametto si vanno a togliere i punti ancora “vivi” ma compromessi, malati, uelli che tolgono energie alla pianta che dovrebbero essere invece spese per farla rifiorire e non alimentare inutili dispendi.  Si pulisce per bene, si lasciano a maturare quei rami di cui ancora la sorte non è chiara, si innaffia e si aspetta.

Terzo step è la pulizia finale: mentre qualche gemma ricomincia a spuntare si guarda nel suo insieme la pianta. Alcune parti si sono definitivamente seccate ed è facile tagliarle. Altre invece mostrano segni di ripresa ma ci si rende conto che per come sono messe non giovano all’insieme e potrebbero comprometterne la crescita o la salute complessiva e vengono potati. Se sono forti abbastanza si creano delle talee per dar vita a nuove piante. Si innaffia e si lascia la natura decorrere al suo meglio.

I rami e le foglie sono le persone che ci circondano, più precisamente le relazioni che abbiamo con il mondo intorno a noi. L’acqua è l’energia che riceviamo per crescere ed essere rigogliosi. Il giardiniere siamo noi che dobbiamo prenderci cura del nostro albero, della nostra persona, e favorire la crescita per poter giovare al mondo.

Senza acqua – energie positive, amore, stimoli di crescita – non possiamo che inaridirci e morire. Se non potiamo i rami secchi o quelli che ci sbilanciano e ci tolgono energie inutili non possiamo che spezzarci prima o poi. Se non ripuliamo regolarmente intorno a noi non ci accorgeremo mai di nulla e rischieremmo di sparire per mancanza di cure.

Ecco cosa ho imparato da questa estate torrida.

La potatura è iniziata vedremo cosa sarà rimasto dopo l’inverno.

 

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Vi ricordate il mio racconto “La mia prima volta“? Questa è la versione di Simone. Ricordiamo che si tratta di una piccola sfida narrativa tra amici: l’incipit è fisso lo svolgimento libero.  Sentiatevi liberi di scrivere la vostra e mandarmela se volete partecipare: <idvp@live.it> oggetto Racconto “La mia prima volta” – frase incipit del racconto “Dicono che tutti noi ricordiamo la nostra prima volta, ma io no.”

Dicono che tutti noi ricordiamo la nostra prima volta, ma io no. O meglio, forse per me non sarebbe proprio il caso di ricordarla…

A dire il vero, la mia prima volta dovrà ancora arrivare, precisamente domani, quando sarò operato al ginocchio.

Come mi son fatto male resta un mistero; non so se mi è successo stando in casa oppure in strada, quello che so è che al mio risveglio mi sono trovato in una stanza d’ospedale.

 Tuttavia, da quello che ho capito, il mio dovrebbe essere un intervento di routine, un’operazione ai tendini del ginocchio non dovrebbe essere un intervento complicato  eppure… sono travolto dalla paura.

Partiamo da una premessa: non mi sono mai piaciuti gli ospedali. Li trovo tetri, grigi e macabri.

Ho fatto anche un sogno sull’ospedale di recente, forse è per questo che ho paura.

In pratica mi trovavo in un corridoio del piano terra, e stavo aspettando di salire sull’ascensore. Una figura nera, con un cappello a tesa larga nero, e dal volto oscurato, mi passa vicino per poi scomparire lungo il corridoio. L’ascensore finalmente si aprì e al suo interno vidi un infermiere con una mascherina a protezione della bocca che teneva con la mano destra una sorta di borsa, per intenderci quella che contiene gli organi. Rammento di essere entrato dentro l’ascensore con la sola voglia di arrivare al piano desiderato e una volta arrivato, ero uscito soffermandomi a guardare per qualche secondo le porte dell’ascensore che si chiudevano, giusto il tempo di notare come l’infermiere aveva inclinato la testa a sinistra prima di scomparire dietro le porte dell’ascensore. Pensavo che il peggio era passato, ma non appena mi son ritrovato all’ultimo piano, le luci di quest’ultimo andavano ad intermittenza, lasciandomi presagire che il mio incubo non era ancora terminato. Infatti, mentre camminavo lungo il corridoio, mi accorsi che ero finito nel piano dedicato alle sale operatorie, ma nessuna di esse era funzionante quella sera o almeno così pensavo, fino a che non mi trovai difronte a un’immagine che ancora adesso al solo ricordo mi fa ancora accapponare la pelle.

Nella finestrella di una delle porte di queste sale, era sbucato all’improvviso un chirurgo che teneva in mano un cuore umano e lo sbatteva violentemente contro il vetro, come se volesse scagliarmelo contro. Non appena vidi questa scena corsi immediatamente verso l’uscita e non mi curai se il chirurgo mi stesse inseguendo o meno, e dopo una corsa infinita, uscii da quel posto maledetto e feci ritorno a casa.

Adesso si capisce il motivo per cui ho paura degli ospedali?

Temo che durante l’intervento il chirurgo possa divertirsi a mie spese vivisezionandomi il ginocchio e poi chissà, magari tutto il resto.

Lo so, tanta gente è stata operata e non è mai accaduto nulla di simile, ma cazzo questa per me sarà la prima volta ed è normale che almeno un po’ sia agitato al solo pensiero di dover andare sotto i ferri no?

Mi sembra di sognare ad occhi aperti. Magari questo è un sogno ed io non me ne sto rendendo neanche  conto, ma se fosse così dovrei pur svegliarmi da un momento all’altro e  tornare alla vita reale, a casa mia, intento a leggere un libro oppure a vedere una serie televisiva, ma purtroppo ciò non sembra possa accadere.

Ed ecco che, mentre io mi sto facendo tutti questi complessi mentali su un problema che non esiste, è entrata un’infermiera molto carina nella mia stanza. I suoi capelli biondi e i suoi occhi azzurri mi rassicurano. Mi sta portando via dalla mia camera verso una direzione a me ignota; che sia la sala operatoria? No, non può essere, l’intervento è fissato per domani perciò non possono operarmi oggi, e anche se fosse, dovrei essere avvisato di un cambiamento così importante visto che io sono il diretto interessato!

L’infermiera mi sta mettendo una mascherina sulla bocca chiedendomi di contare fino a dieci.

Va bene, sto al gioco, infondo cosa ci vuole?

1,2,3,4…

Vi ricordate il mio racconto “La mia prima volta“? Questa è la versione di Charlie. Ricordiamo che si tratta di una piccola sfida narrativa tra amici: l’incipit è fisso lo svolgimento libero. Seguirà la versione di Simone. Sentiatevi liberi di scrivere la vostra e mandarmela se volete partecipare: <idvp@live.it> oggetto Racconto “La mia prima volta” – frase incipit del racconto “Dicono che tutti noi ricordiamo la nostra prima volta, ma io no.”

 

Gino il suo primo giro in giostra non se lo ricorda più, ma passati i novant’anni, glielo si può concedere.

Giulio invece non l’ha ancora avuto. E a questo punto credo si chieda se l’avrà mai.

Ma a parte Gino, Giulio e pochi altri casi, il primo giro in giostra, parimenti al primo bacio, l’esame di maturità, la visita di leva, la prima auto, il primo cane e il giorno del matrimonio, fa parte di quella piccola manciata di momenti, indelebili dalla memoria.

E anch’io, seppure passati diversi lustri, conservo viva rimembranza di quel giorno.

Ognuno l’ha vissuto a modo suo e come tale ne serba il ricordo. Chi con dolcezza,  chi con nostalgia, chi con un po’ di paura.

Io non so se lo ricordo più con nostalgia per quanto eravamo giovani, o con tenerezza per quanto eravamo ingenui, d’ogni modo, andò più o meno così.

Era un pomeriggio d’estate e non poteva essere altrimenti. Dato che ero ancora minorenne e non avevo ne un auto, ne un posto caldo dove andare. Ed inoltre, dato che anche lei era minorenne a sua volta, la sera i genitori non la lasciavano uscire. Forse al giorno d’oggi potrebbe sembrare assurdo, ma erano i primi anni’90 e quella era la regola e non una sfigata eccezione.

I genitori di Mauro, un amico, avevano ereditato da un lontano parente, una vecchia casa colonica con un pezzo di terra agricola adiacente, ai margini di un paesino di nemmeno mille anime, a pochi chilometri da Garlasco. E in attesa che decidessero cosa farne, Mauro si era velocemente appropriato delle chiavi. Per cui, la casetta era diventata sede delle feste adolescenziali di noi amici e il pezzo di terra un improvvisato campo da motocross.

Con buona pace del vicinato, ma neanche poi tanta. Dato che in quei due o tre anni che la utilizzammo per i nostri comodi, fioccarono diffide, denunce a piede libero, ingiurie, minacce fisiche e anche qualche colpo di doppietta da caccia.

Eccessivo? Forse si, da un certo punto di vista. Ma ripensandoci da adulto e con il senno di poi, al continuo susseguirsi delle rumorose scorribande, a cui avevamo sottoposto quei poveri sventurati che vi abitavano nelle vicinanze, io credo avrei usato un calibro più grosso.

Ma al di fuori di tali roboanti e moleste attività corali, Mauro dava le chiavi a turno e dietro precisa regolare prenotazione, a tutti gli amici della compagnia, che avevano necessità di un incontro galante. E proprio lì in quella casetta, più o meno tutti perdemmo la verginità.

D’ogni modo, tornando a quel pomeriggio d’estate, avevo caricato Tania, la mia fidanzatina dell’epoca, sulla moto. E chiavi in tasca, ero partito a razzo verso la casa delle feste.

Credo fosse luglio, o forse giugno, non ricordo bene. Ricordo che la scuola era finita, ricordo il caldo torrido e afoso e la compagnia che era tutta in piscina. Tutta tranne noi due.

Ma d’altra parte, ci avevo messo tre mesi di corteggiamenti a convincere Tania e più in generale, diciassette anni a convincere una ragazza, a spalancarmi le porte del paradiso. Figuriamoci se sarebbe bastato un po’ di caldo a dissuadermi dall’impresa. Ancorché, se avessi saltato il turno, la casa sarebbe stata impraticabile, causa altre prenotazioni, per almeno una decina di giorni. E hai voglia in dieci giorni una ragazza, quante volte era capace di cambiare idea.

Per cui carpe diem, prendi il toro per le corna, cogli la rosa quando è il momento ché il tempo vola, non rimandare a domani ciò che puoi fare oggi, chi vuol essere lieto sia che del doman non v’è certezza e altre scempiaggini del genere, per dire prendila quando te la da.

Sapevo bene che il codice della strada non permetteva e non permette tutt’ora, il trasporto di un passeggero da parte di un conducente minorenne. Ma anche in questo caso non potevo andare troppo per il sottile. Il mio 125 aveva la sella abbastanza lunga per ospitarci in due e quello bastava ed avanzava.

Tania mi stringeva forte da dietro. Per infondermi quella sicurezza che nemmeno lei aveva. E così in una manciata di minuti eravamo davanti al cancello della casa.

Giù il cavalletto, avevo aperto il portone e spinto la moto dentro, mettendola dietro il vecchio fienile, in modo che non potesse essere vista dalla strada.

Chiavi nella toppa, ci eravamo trovati sull’uscio di quella stanza vecchia e umida. Pareti riverniciate alla bell’e meglio da noi ragazzi, vecchio pavimento in cotto sempre polveroso e soffitto di assi di legno grezzo.

Però essendo appunto vecchia e umida, offriva un minimo di riparo dalla calura estiva.

Avevo preso Tania per mano e ci eravamo diretti verso uno dei tre divani, che ci eravamo portati sempre da noi. Presi in discarica e trasportati uno alla volta con un vecchio Ape Car, messo a disposizione dallo zio muratore di un altro amico. Assurdo? Sempre degli anni’90 si sta parlando.

Le persiane erano chiuse, ma vecchie e provate dalle intemperie, lasciavano comunque passare un filo di luce. Quel tanto da creare un po’ di penombra, che faceva la giusta atmosfera. Che nemmeno avessi voluto sarei stato capace e a cui mai e poi mai ci avrei pensato. Non a diciassette anni.

Il divano sapeva di polvere e muffa. Noi di giovinezza e vitalità.

Ci eravamo guardati negli occhi e baciati appassionatamente. E stringendola al petto, potevo sentire sia il mio che il suo cuore, rimbombare come grancasse impazzite.

Poi ci eravamo spogliati, un po’ meccanicamente, un po’ frettolosamente. Sicuramente imbarazzati.

Non che non ci fossimo mai visti nudi, ma quella era la prima volta, per entrambi, che ci spogliavamo per fare l’amore. E comunque fosse andata, avessimo condiviso il resto della vita o solo un’altra manciata di giorni, quella sarebbe stata la prima volta per entrambi. E per entrambi, sarebbe stato qualcosa di indelebile.

Sapevamo cosa bisognava fare, dai racconti degli amici e dai film. Ma tra la teoria e la pratica c’è una bella differenza.  Il battito cardiaco non voleva saperne di rallentare anzi, tanto da avvertire quasi un senso di vertigine. La paura era palpabile, la vedevo sul viso di Tania che si era distesa sul divano, lasciando a me, l’uomo, l’onore e l’onere di prendere in mano la situazione.

E così avevo fatto, tremando più di lei e senza avere il coraggio di guardarla negli occhi. Come fossimo due sconosciuti. Come se non ci fossimo mai trovati uno sull’altra, per scambiarci baci e tenere carezze. Ma quella volta tutto era diverso. Lei sarebbe diventata donna e io uomo, in quel rito ancestrale che aveva sempre avuto la sua valenza di linea di confine e di punto di non ritorno, in tutte le epoche e in tutte le culture. Noi eravamo lì, con il cuore in gola, come gli esseri primitivi prima di noi e gli esseri del futuro dopo di noi.

Per cui, come in ogni rituale che si rispetti, il protocollo andava portato avanti come da tradizione e io avevo fatto il mio passo. In fondo cosa poteva mai esserci di difficile? Lei era Tania, io la desideravo e lei desiderava me. Il resto erano cazzate.

Se non che, mentre il simpatico fraticello, coperto dal cappuccio previsto dal suo ordine e richiesto dal cerimoniale, aveva bussato alla porta del convento, invece di sentirsi accogliere con gioia, trovava un portone di ferro sbarrato!

Panico.

E adesso? Cosa fare? A questo non ero preparato.

Non avevo mai sentito nulla di simile. Chi degli amici del bar, perché negli anni’90 ci si incontrava al bar e non su Facebook, aveva già avuto esperienze, aveva sempre raccontato tutto con minuzia di particolari. Ma mai si erano registrati episodi di difficoltà alcuna. E nei film porno, filava sempre tutto liscio come l’olio di vaselina. E invece a me, era toccato di cozzare di testa contro uno scoglio, che neanche fossi stato un tonno che nuotava bendato?

E in quel pensa e ti ripensa, il mio coraggio e non solo, stava perdendo vigore.

Mi ero seduto sconsolato, sguardo fisso nel vuoto.

“Cosa ti succede?” mi aveva chiesto Tania, con un filo di voce.

Cosa mi succedeva? E come spiegarglielo?

Tania si era tirata a sedere accanto a me ed al mio imbarazzato silenzio.

“Non so.” avevo risposto. “E’ come se… non so come fare, non vorrei farti male…” avevo bofonchiato.

Eravamo rimasti in silenzio ancora un po’, poi lei mi aveva baciato. Ci eravamo abbracciati e baciati di nuovo. E piano piano mi ero dimenticato del motivo per cui eravamo lì.

Eravamo semplicemente io e Tania, come tutte le altre volte.

Poi ci eravamo distesi un’altra volta, e sempre senza pensarci ci eravamo ritrovati nuovamente nella situazione di poco prima. Compreso il simpatico fraticello che bussava ad un portone sbarrato.

“Cazzo no!” avevo pensato e prima che mi riprendesse il panico avevo deciso di agire nell’unico modo che mi era sembrato sensato e plausibile.

Un bel colpo secco e oplà, il fraticello aveva varcato la soglia. Con Tania che aveva cacciato un urlo e io che le facevo “Ssssst.” Preoccupato che da fuori qualcuno ci avesse sentito e avesse potuto pensare brutte cose.

E con il fraticello, la soglia l’avevamo varcata pure noi. Non ci saremmo guardati più allo stesso modo e non ci saremmo visti più con gli stessi occhi. Facevamo parte del mondo degli adulti, o almeno così mi era parso allora. E al bar, perché negli anni’90 gli amici si incontravano al bar, saremmo passati nella schiera di quelli che avevano compiuto il grande salto.

Poi ci eravamo rivestiti, sempre in silenzio, ma non più tesi come corde di violino. Eravamo usciti al sole del tardo pomeriggio che ancora picchiava e mentre lei chiudeva a chiave l’uscio, io spingevo la moto fuori dal cortile.

Caschi, un colpo di pedalina, perché lo so che sono pedante, ma negli anni’90 le moto si avviavano a pedale, ed eravamo in sella. Come le altre volte. E come le altre volte, l’avevo riportata a casa.

Ne più ne meno, che come tutte le altre volte.

 

Finito di scrivere 21/03/2017

Charlie

 

Questo è il mio primo racconto breve. Nato da un’idea avuta leggendo “ogni cosa è illuminata”. Una piccola sfida narrativa tra amici: l’incipit è fisso lo svolgimento libero. Seguiranno la versione di Charlie e quella di Simone. Sentiatevi liberi di scrivere la vostra.

 

Dicono che tutti noi ricordiamo la nostra prima volta, ma io no.

Dicono che io mi chiamavo Mafalda e che ero un architetto.

Dicono che amavo lo yoga e stare all’aria aperta, tra le mie montagne.

Dicono che ero una zingara, sempre pronta per partire per un nuovo viaggio.

Dicono che avevo un cane di nome Shan che amavo follemente.

Dicono che avevo una memoria infallibile.

Dicono che ero estroversa e amante della compagnia.

Dicono che sorridevo sempre, a tal punto da dare fastidio a chi mi vedeva.

Dicono che sapevo esattamente chi ero e cosa volevo.

Ma io no.

Io di tutte queste cose non ricordo nulla.

Mi guardo allo specchio e vedo una donna che non riconosco.

Esploro i centimetri di pelle che mi definiscono e scopro linee, disegni, cicatrici e rughe di cui non ho memoria. Mi piacerebbe sapere perché il mio braccio sinistro è ricoperto totalmente da dei fiori di loto e da un teschio. Mi piacerebbe sapere il significato del disegno geometrico che sta nel bel mezzo della mia schiena o a cosa si riferisca il fiore che ricopre i miei lombari. Qualcuno si ricorda perché la mia mano destra ha piccole cicatrici sparse o perché c’è un enorme segno, pare un taglio rimarginato, sotto la mia ascella destra?

Sedendomi ho scoperto che non sono simmetrica: ho provato a incrociare le gambe e nonostante sia abbastanza flessibile (wow mi tocco le piante dei piedi senza problemi!) la mia anca sinistra pare sia ingessata.

Pare io sia una persona calorosa e adoro stare a piedi nudi: l’ho scoperto ieri!

Per cercare di aiutarmi mi hanno fatto vedere centinaia di foto: ricordi li hanno chiamati. Ma ricordi di chi? Una versione più giovane del mio corpo attuale ha viaggiato molto e ha visto posti stupendi. Pare si sia divertita parecchio. Ho visto foto magnifiche di luoghi e persone, facce buffe e visi sorridenti. Quello che mi ha catturato di tutte queste fotografie non erano le immagini di per se, ma i colori, le inquadrature, le luci. Affascinante!

Ho letto i vecchi diari di questa Mafalda di cui io non ho memoria.

Mi sono arrabbiata con lei, emozionata con lei, innamorata con lei e ho pianto a volte con lei.

E’ una sensazione strana, quasi surreale: mi sembra di invadere la privacy di una persona che io non conosco, ma che a sentire chi mi sta intorno sono io stessa.  Ammetto che mi è molto facile immedesimarmi in lei e immaginare ciò che scrive e racconta con le sue storie e le sue fotografie.

Ma mi sembra ancora così assurdo che non mi ricordi nulla, ma proprio nulla.

Chissà se un giorno la incontrerò ne miei ricordi e riusciremo a fare amicizia.

Dicono che tutti noi ricordiamo la nostra prima volta, ma io no.

 

Finito di scrivere 31/3/2017

LadyMafalda

Rieccomi a pensare, e scrivere, e pensare e scrivere.

Cercando di capire come capirmi mi sono accorta di una cosa: il grosso problema che mi affligge è la comunicazione. Che sia verbale o fisica sono arrivata alla conclusione che capirsi non è così semplice come sembri.

Sono fermamente convita che la vita sia semplice e comunicare lo sia altrettanto (questioni linguistiche dovute a nazionalità differenti a parte). Hai fame? Vuoi bere? Ti va di andare a vedere una mostra? Trovi interessante ciò che sto dicendo?  La risposta è semplice: si, no, ci penso. Non riesco neppure ad immaginare uno scenario più complicato di questo. Non voglio pensare che ogni volta che ci si trovi in un contesto sociale bisogni interpretare secondo regole del tutto empiriche le risposte o gli imput che ci vengono lanciati.

Ho cercato di semplificare il più possibile i miei mezzi di dialogo, partendo da una chiarezza estrema e diretta per poi articolare successivamente ogni mio pensiero: pare una battaglia inutile. Io tendo a dire crudamente e crudelmente le cose come stanno, senza fronzoli o sotterfugi ma non basta: non si instaura alcun che, niente. Ma proprio niente.

Sempre più spesso mi ritrovo basita a non capire come sia così difficile avere un qualsiasi dialogo al di la dei bisogni primari. Questo mi spiazza: se non si ottiene una risposta soddisfacente ad una domanda diretta, semplice , schietta, come si può pensare di affrontare problematiche complicate? Come affrontare i grandi problemi dell’era moderna, frenetica, cosmopolita e connessa, quando non si riesce neppure ad esprimere un desiderio o un disagio con parole prioprie senza cadere nel qualunquismo?

Leggo dell’intelligenza funzionale e mi rendo conto che forse è vero. Sappiamo tutto ma in fondo non conosciamo nulla. Leggo e mi sconvolge accettare che non si riesce a capire ciò che sta scritto perchè i testi sono troppo lunghi o non adattati alle esigenze di un bambino di terza elementare.

Il mio professore di filosofia del liceo mi insegnò che ogni parola ha un preciso significato e dobbiamo prestare attenzione all’uso che ne facciamo. Ogni parola non è solo una parola: è un universo di significato, un codice di comunicazione che può portare a un bene supremo, la conoscenza o allo sfacelo. Conseguenza diretta sarà l’apertura mentale o l’ottusità eterna. Sì perchè la testa non è solo un perfetto incastro di ossa che servono a proteggere una fantomatica materia grigia collocata al suo interno: la testa è la nostra personale fonte di conoscenza, l’archivio delle esperienze e dei desideri, la chiave per permettere al cuore di espandersi.

Siamo ciò che diciamo e nel modo in cui ci esprimiamo riveliamo le sfumature della nostra mente e della nostra anima. Anima quale espressione dell’essenza di una personalità, intesa come sinonimo di «spirito», o «io», ; anima quale espressione di tutte le esperienze che ci caratterizzano; anima quale cuore del nostro essere.

Che anima volete avere? Che parole volete comunicare?

 

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Dacche’ nasciamo, cresciamo, ci relazioniamo o semplicemente cerchiamo il nostro piccolo angolo di mondo, veniamo bombardati da galvanizzanti messaggi che ci mostrano come la vita non sia altro che una metafora di una scala.

Bisogna passo passo imparare a scalare e salire per arrivare alla vetta, al successo. L’impegno e la dedizione ci ripagheranno e da lassù godremo della meritata beatitudine che ci spetta.
Via a darci dentro, a sgobbare e faticare pensando che il millantato successo, la carriera, le tappe fondamentali della vita, se raggiunte con slancio ci daranno pace. La curiosità di ammirare il panorama dall’alto e’ ineccepibile.
Ma siamo proprio sicuri che sia finito tutto una volta arrivati?

Arrivati poi dove dico io! E di che genere di pace stiamo parlando? Cosa vuol dire avere successo?
La tecnica e’ favolosa: ci si riempie le giornate, le settimane e i mesi di milioni di attività per la maggior parte dei casi inutili, che fungono da ammortizzatore per il cervello e ci impediscono di pensare. Ci facciamo strada tra la gente sapendo che capiranno e nostre azioni e ci perdoneranno se non le considereremo perché presi da obiettivi epici. Non abbiamo tempo per un po’ di sano ozio.
Tutto per scalare la nostra scala del successo personale, qualsiasi esso sia. Successo che non e’ un termine oggettivo ben definito, ma concetto altamente variabile da individuo ad individuo e altrettanto instabile e mutevole nel tempo.
Fatto e’ che, con grande forza di volonta’ e sbattimenti atomici, l’agoniata vetta e’ raggiunta! Il paesaggio epico, mentre si sovrasta il mondo che nel frattempo si e’ fatto piccolo piccolo.

Siamo sulla cima del mondo: nessuno pero’ si e’ ricordato di dirci che l’aria e’ rarefatta a certe altezze e se non si sta attenti ci si lasciano le penne.
I grandi scalatori sanno che le energie nelle scalate vanno dosate bene: si raggiunge la meta (un metro prima della vetta, almeno in india, per rispetto alla montagna) e dopo qualche scatto felice e un momento di gloria si ricomincia a scendere. Discesa ancor più difficile: qui si e’ più a rischio perché’ la testa ha molato la concentrazione e le gambe si fanno pesanti.

Il succo e’ che mentre si punta al successo, bisognerebbe sempre ricordarsi che prima poi dovremo tornare a terra. Bisogna imparare non solo a salire ma anche a scendere le scale prima di affrontare le nostre sfide.
Non ci si può’ estraniare dal mondo che ci circonda in nome della causa a meno che non si intraprenda una azione kamikaze.

In quel caso su su di corsa e poi vi auguro di volare!

Ieri sera dopo 30 anni ho rivisto i miei compagni delle elementari!

Già quelle creaturine che mi ricordavo con grembiulini colorati sono in procinto di diventare 40enni e io con loro. Una serata più che piacevole: non prendetevela a male ma un po’ d’ansia c’era, non ci si vedeva da troppo tempo! La serata è volata via veloce, abbiamo fatto chiusura della pizzeria (era lunedì sera a Busto Arsizio e le occasioni di far serata per lo più impossibili!). Ho scoperto che i sorrisi che mi riscordavo non sono stati cancellati dalla vita di tutti questi anni. Ho scoperto che stiamo tutti invecchiando alla grande. Ho scoperto che non siamo per nulla differenti da come eravamo a 6 anni – Bendinelli a parte che ora non smette di sorridere! – e che i tratti del nostro carattere che ci contraddistinguevano da piccoli sono rimasti intatti.Ho riscoperto un gruppo di amici, che avevano preso solamente percorsi alternativi dal mio. Ho riscoperto il nome di alcuni visi che ho visto in foto per anni senza mai associarli a un cognome. Ho riscoperto angoli della memoria che erano semplicemente impolverati.

Che dirvi? Grazie.

Grazie per le risate. Grazie per la leggerezza. grazie per le cavolate dette. Grazie pr un viaggio nel passato che non è stato nostalgico ma divertente. Grazie per tutto il limoncello versato. Grazie Gabriele per i miei libri restituiti. Grazie Marco per il riassunto alternativo di quello che è successo negli ultimi anni. Grazie Katia per Tobba, Nicolis te ne sarà grato a vita. Grazie Morena per essere stata tra le più amate, e la più uìignara della cosa,  dagli uomini della classe in quegli anni. Grazie Emanuela per quel ricordo indelebile di lotta contro chi era antipatico. Grazie Paolino per essere sempre te anche se non sei più il più piccolo tra di noi. Grazie Mauri Per averci riportato alla marinella e a tutte le giocate fatte insieme. Grazie Fabrizio per il sorriso incessante a bilanciare 5 anni di incazzature. Grazie Nicolis per il tuo slancio verso Tobbà! e grazie Paolo per non averci dimenticato e averci ricordato con occhi diversi la nostra infanzia.

A prestissimo giovini!

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